Cambiamento: dal singolo alla collettività

Cambiamento: dal singolo alla collettività

Cambiamento: dal singolo alla collettività 1131 627 Karakorum Impresa Sociale

Giocare con i futuri possibili, vincere la resistenza al cambiamento, ma anche passare da una dimensione individuale a quella collettiva attraverso processi di co-costruzione che implicano confronto, dialogo e la possibilità di sperimentare insieme agli altri…

Possono le arti possono essere motori potenti di trasformazione sociale?

Ne parliamo con con Davide Boniforti, psicologo di comunità, socio e Amministratore Delegato di Metodi srl. Psicologo e mediatore di comunità, in questi anni ha lavorato come consulente, facilitatore, operatore e progettista per conto di enti privati e pubblici. In particolare, ha svolto attività di gestione del lavoro di rete, progettazione partecipata, formazione e progettazione sociale.

Nel lavoro di rete e nei percorsi di cui si occupa emergono anche errori, fatiche e difficoltà: come superare il rischio che questi ci facciano restare “fermi”?

Penso che le difficoltà siano parte del processo; esiste infatti il rischio che i percorsi di confronto e di dialogo finiscano per rimettere in scena le narrazioni che mantengono il sistema così com’è, senza consentire un reale cambiamento. È importante far emergere i racconti delle persone, ma questi stessi racconti possono generare un atteggiamento difensivo e impedirci di immaginare un mondo diverso da quello in cui viviamo oggi. La chiave può essere provare a immaginare e a esplorare, attraverso il gioco, i futuri possibili. Disegnare situazioni diverse da quelle attuali permette di concedersi la libertà di formulare proposte, idee e ipotesi, senza pensare necessariamente che debbano essere applicate nell’immediato. Bisogna lasciare spazio alla consapevolezza delle opportunità e alla divergenza creativa, lavorando su domande che aiutino a sognare. Il sogno, però, non rappresenta uno scollamento completo dalla realtà: è uno strumento per immaginare uno scenario che ancora non esiste e trasformarlo in un gioco collaborativo. Nel gioco, le persone si sentono più libere perché non devono necessariamente pensare di stare già progettando una trasformazione istantanea della realtà. Questo permette di superare alcune impasse e alcuni vincoli dettati dalla percezione della scarsità delle risorse disponibili, come il tempo, il denaro e la motivazione, e di attivare possibilità alternative che altrimenti rimarrebbero nascoste.

Qual è, dalla sua prospettiva professionale, il valore aggiunto delle socially engaged arts?

Le pratiche artistiche permettono di lavorare su dimensioni che spesso le persone tendono a tenere lontane da sé: quella emotiva, quella simbolica e quella più invisibile, che in realtà influenza profondamente i comportamenti umani.

Gli esseri umani non sono totalmente razionali; non si può quindi lavorare soltanto sul piano cognitivo. La cognizione può dare sicurezza, ma non necessariamente determina o trasforma comportamenti e atteggiamenti. Abbiamo bisogno di esperienze che mettano in moto anche le nostre componenti più emotive. La consapevolezza, per esempio, non è soltanto il risultato di un processo cognitivo: è anche un’esperienza emotiva, qualcosa che ci coinvolge profondamente. Le pratiche artistiche possono facilitare questo tipo di esperienza e creare quello “scatto”, quel “click”, che permette di vedere e comprendere qualcosa in modo diverso. C’è poi una seconda dimensione fondamentale: quella collettiva. Agiamo insieme agli altri e, attraverso questa interazione, costruiamo il nostro pensiero e le nostre esperienze. L’altro ci offre lo stimolo necessario per elaborare, modificare e trasformare ciò che pensiamo. Per questo il gioco, quando è condiviso, diventa uno strumento di trasformazione: parto da un pensiero, lo metto in circolo e, attraverso il confronto con gli altri, posso modificarlo e costruire qualcosa di diverso. Le arti possono quindi produrre un effetto sociale quando vengono concepite come strumenti di trasformazione e di costruzione condivisa.

Come si passa dal cambiamento delle persone al cambiamento della società?

Cambiare la società è un processo più faticoso e più lento. Significa tenere insieme il lavoro con i gruppi e quello sui contesti in cui le persone vivono. Ciò che facciamo all’interno dei gruppi deve interagire con la realtà esterna: deve diventare visibile e raggiungere anche gli ambiti che non sono direttamente coinvolti. I momenti di comunità devono riuscire a tradursi nel coinvolgimento di altri attori, compresi i rappresentanti politici e amministrativi e, più in generale, tutti coloro che hanno la possibilità di prendere decisioni nei diversi contesti. La programmazione e la coprogettazione sono spazi nei quali il dialogo può tradursi concretamente in qualcosa di innovativo. Per questo è necessario stimolare e sensibilizzare le realtà coinvolte, senza mai dare nulla per scontato.

Quali sono le parole chiave che legherebbe al concetto di avere cura o dell’inglese care?

Corresponsabilità: l’idea è che tutti possano comprendere quale sia il proprio ruolo e che cosa possano mettere in gioco affinché ciò che stiamo costruendo si realizzi. Non ci sono semplicemente un capo e qualcuno che esegue: ciascuno contribuisce alla realizzazione del progetto.

Ascolto: è una parola semplice, ma fondamentale. L’ascolto è una delle richieste più frequenti quando si lavora nell’ambito della formazione e con le comunità, ma è anche una delle competenze più difficili da sviluppare. È alla base della costruzione di una comunità.

Ricerca-azione: è un metodo e, al tempo stesso, un modo di guardare alla realtà. Significa condurre una ricerca prima di intervenire, mantenere viva la curiosità e accettare anche la fatica necessaria per trasformare ciò che emerge.

Esperienza: è fondamentale nei processi di trasformazione. Non è qualcosa che si acquisisce semplicemente leggendo un libro o sviluppando una competenza: è un momento della nostra vita nel quale si genera qualcosa di inedito. Possiede una dimensione simbolica ed emotiva che va oltre ciò che possiamo rappresentare o spiegare.

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