Come fare in modo che persone diverse possano sentirsi legittimate a partecipare alla vita di uno spazio culturale? Non basta dichiarare uno spazio “accessibile”, occorre che sia “aperto”: attraversabile, disponibile all’ascolto, pronto a evolvere, diverso…
Quando abbiamo iniziato a lavorare a OPEN YAK, progetto pensato per fare di Spazio YAK un laboratorio permanente di accessibilità culturale, ci siamo accorti subito di una cosa: quando si parla di accessibilità pensiamo subito a strumenti “compensativi” e a prassi operative.
Poi ci siamo accorti che, prima ancora delle risposte, servono domande migliori.
Come si fa a far sì che pubblici diversi possano sentirsi legittimate a partecipare alla vita di uno spazio culturale?
La questione della legittimazione, è molto più complessa di quella legata agli “strumenti” o ai servizi di accessibilità.
Non è una questione solo di poter entrare o di poter fruire di cultura.
È una questione di poter partecipare.
Nel corso del progetto, abbiamo dunque deciso di iniziare dall’ascolto per capire dove nascono le barriere: nel tragitto da compiere per raggiungere lo spazio? Nel costo? Negli orari? Nelle informazioni poco chiare? Oppure nella paura di disturbare, nel non sapere se ci sarà una condizione adatta ai propri bisogni, nel sentirsi inadeguati, distanti, fuori posto?
Questo approccio ci ha permesso di cambiare totalmente attitudine di fronte a questo tema.
Non più soltanto: che cosa dobbiamo offrire in più?
Ma: quali condizioni dobbiamo costruire insieme?
Il punto non era accumulare strumenti. Il punto era capire cosa deve succedere a monte.
Dopo quasi due anni di lavoro su questo, abbiamo capito che l’accessibilità non riguarda solo l’ingresso in sala. Riguarda soprattutto ciò che accade prima: il processo di curatela, i contenuti della programmazione, il modo in cui immaginiamo il pubblico prima ancora di incontrarlo.
Abbiamo capito che ogni scelta culturale apre una possibilità e, allo stesso tempo, può lasciare fuori qualcuno. Che non esiste uno spazio accessibile per tutti, sempre. Che non esiste uno spettacolo accessibile in modo universale.
Esiste piuttosto una disponibilità a farsi domande, e a restare in ascolto.
Chi sta al centro del nostro lavoro? Gli artisti o il pubblico?
Chi potrebbe sentirsi escluso, e perché?
Chi si sente sempre fuori posto?
E che cosa siamo disposti a cambiare, noi?
Con Neo. Storia di una neo mamma non abbiamo solo programmato uno spettacolo sulla genitorialità: abbiamo provato a rendere l’esperienza accessibile anche a neogenitori con bambini piccolissimi. Orario pomeridiano, spazio morbido, giochi, fasciatoio, merenda, libertà di movimento, possibilità di entrare e uscire. Anche la scena si è lasciata trasformare: nei ritmi, nei volumi, nella postura. Per una volta non era il pubblico a doversi adattare al teatro. Era il teatro a provare ad ascoltare il pubblico.
Crediamo che l’accesso alla cultura sia un diritto e che questo ci impone di stare maggiormente in ascolto dei bisogni della nostra comunità. Nessuno escluso.
Abbiamo capito che a Spazio YAK non sempre ci riusciamo. Che non tutti i problemi sono risolvibili subito. Alcune barriere restano, alcune risorse mancano, alcune domande rimangono aperte.
Forse proprio qui sta il valore del progetto fatto quest’anno: non dichiarare uno spazio “accessibile”, ma dichiararlo “aperto”: attraversabile, disponibile all’ascolto, pronto a evolvere, diverso.
OPEN YAK, per noi, è stato questo: un esercizio di postura.