La cura, una pratica condivisa che unisce

La cura, una pratica condivisa che unisce

La cura, una pratica condivisa che unisce 1200 1600 Karakorum Impresa Sociale
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La piazza di Spazio YAK era stata danneggiata da alcuni atti di vandalismo. C’era bisogno di sistemarla, certo. Ma ci siamo chiesti se fosse possibile fare qualcosa in più. Abbiamo scelto di lavorare sulla cura.

“Il teatro per me è un esercizio di relazione: saper mettere in relazione il sé, il proprio passato e il proprio vissuto con le persone che abbiamo davanti e di fianco, siano essi amici, compagni, colleghi, spettatori.”
Mirko Iurlaro

Quest’anno le Domeniche dello YAK, tradizionali momenti aperti e partecipati presso il nostro spazio alle Bustecche, sono nate da un evento preciso: lo spazio era stato rovinato.

La piazza di Spazio YAK era stata danneggiata da alcuni atti di vandalismo. C’era bisogno di sistemarla, certo. Ma ci siamo chiesti se fosse possibile fare qualcosa in più.

Abbiamo scelto di lavorare sulla cura.

Non una cura astratta, detta a parole. Una cura fatta di attenzione, mani, terra, ascolto, presenza. Insieme ad Associazione VoC.E. e a Pappaluga abbiamo costruito un percorso semplice: una pianta, alcune storie, bambini e famiglie, persone con disabilità cognitiva, educatori, artisti, persone diverse nello stesso spazio.

Non è stato un progetto complesso nella forma. È stata un’azione piccola.

A volte basta poco per vedere come cambia uno spazio quando le persone non lo attraversano soltanto, ma se ne prendono cura. 

Nel momento finale ci siamo ritrovati tutti molto vicini: bambini, genitori, adulti, educatori, artisti, Pappaluga. Nessuno doveva fare qualcosa di straordinario. C’era solo da stare lì, con attenzione, dentro un gesto comune.

Forse è questo che ci portiamo a casa.

La consapevolezza che la cura non sempre ha bisogno di grandi parole.
è una pratica minuta.
Una cosa che si fa con gli altri.
Un modo per riparare, senza cancellare quello che è successo.Le Domeniche dello YAK servono anche a questo: a ricordarci che uno spazio culturale non vive solo quando ospita qualcosa, ma quando qualcuno lo abita, lo attraversa, lo guarda come un luogo che riguarda anche sé.

Questa volta è successo attraverso una pianta, qualche storia, un po’ di terra e un processo. È proprio lì che l’arte diventa cultura: nei processi che riesce ad attivare dentro e fuori i propri spazi.

Foto by: Chiara Mancini 

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