Quando l’arte produce cambiamento

Quando l’arte produce cambiamento

Quando l’arte produce cambiamento 2560 1419 Karakorum Impresa Sociale

Un episodio di tensione e fallimento, vissuto sul campo come educatore di strada, diventa il punto di svolta per ripensare il ruolo dell’arte nel mondo contemporaneo. Può l’arte attivare processi capaci di generare pratiche condivise e cambiamenti concreti nella realtà?

Non ho sempre pensato che sarei diventato un artista.

Ero un giovane educatore di strada e un pomeriggio ero intento a trattenere il mio gruppo di adolescenti — spaesati, arrabbiati e in costante conflitto con il mondo — dall’aggredire un anziano pescatore che aveva preso un’anatra all’amo. Con il mio collega abbiamo provato a smorzare la tensione e risolvere il problema: salvare l’animale, calmare i ragazzi, evitare che un conflitto tra generazioni esplodesse nello spazio pubblico.

Non ci siamo riusciti: collega picchiato, sassaiola sul pescatore, anatra deceduta.

Quel pomeriggio mi sono trovato davanti, tutto in una volta, a molte delle sfide estremamente attuali: marginalità giovanile, tensioni intergenerazionali, ecosistema fragile, e la velocità con cui le situazioni degenerano quando manca un quadro condiviso che le tenga insieme. In quel momento ho capito che nessuna risposta lineare poteva reggere tutto questo.

È per questo che ho deciso di diventare un artista.

Credo profondamente che queste grandi sfide siano troppo complesse per essere affrontate in modo lineare — o verticale. Ed è qui che l’arte può fare la differenza. L’arte ha oggi il potenziale di attivare la trasformazione sistemica di cui il mondo ha bisogno.

Il primo ostacolo al cambiamento è spesso culturale: sta nella paura, nelle abitudini, nelle emozioni individuali, nei significati che attribuiamo alle cose a partire dalle nostre storie personali. L’arte lavora esattamente a questo livello: crea le condizioni perché emergano nuovi significati condivisi e, a partire da lì, si trasformino le nostre pratiche.

È quello che è accaduto con TERRA RARA.  Il progetto ha voluto affrontare una forma nascosta ma diffusa di inerzia: la tendenza a tenere vecchi dispositivi elettronici nei cassetti, non solo perché smaltirli è scomodo, ma perché questi oggetti sono legati a memorie, affetti e storie personali. Questi oggetti che aspettano solo di essere buttati via, non sono semplicemente rifiuti: contengono materiali rari, risorse critiche che è fondamentale recuperare e rimesse in circolo.

TERRA RARA ha usato l’arte per lavorare su questa resistenza emotiva e culturale. Trasformando dispositivi in disuso in materia per creare un’opera d’arte.

Il progetto ha reso lo smaltimento un gesto collettivo carico di significato. La bellezza è diventata un modo per superare l’inerzia e costruire un nuovo senso culturale del “lasciare andare”: non come perdita, ma come partecipazione a una responsabilità ecologica condivisa.

In questo senso, il progetto non ha generato solo consapevolezza. Ha attivato creatività e intelligenza collettiva, desiderio di partecipazione, pratiche concrete e alternative di raccolta, contribuendo anche a un cambiamento del sistema locale.

A conclusione del progetto, il Comune di Varese ha rivisto le proprie pratiche di raccolta dei rifiuti elettronici per migliorarne l’efficacia. TERRA RARA ha quindi prodotto cambiamenti tangibili nei comportamenti e nelle pratiche istituzionali locali.

L’opera d’arte (creata da Livia Paola di Chiara con i piccoli Raee raccolti tramite un processo partecipativo – più di mezza tonnellata in sole 4 settimane) rappresenta solo una parte del processo. Ciò che conta è ciò che il processo di creazione ha reso possibile: nuove relazioni, nuove comprensioni, cambiamenti nel modo in cui i sistemi funzionano.

Come diceva Munari, è riportando la bellezza nelle cose, nelle pratiche e nei processi della vita quotidiana che possiamo davvero cambiare il mondo — e cambiarlo per tutti, senza lasciare indietro nessuno: ragazzi, pescatori, anatre.

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